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Vetta Subacqueo, un pre-Exafandra storico

Oggi ci dedichiamo ad un orologio che ha scritto la storia nell’Orologeria Subacquea e che ha caratterizzato il settore negli anni ’50 e ’60 con il nome di “Vetta Exafandra”.

In laboratorio ho avuto la fortuna di poter riparare addirittura il precursore di questo storico modello, che in effetti fu immesso per la prima volta sul mercato Italiano con l’appellativo di “Vetta Subacqueo” ma che presentava già la sua peculiarità più saliente, ovvero la ghiera interna, animata da una seconda corona posizionata a ore “2”.

In quegli anni i marchi Vetta e Wyler-Vetta erano distribuiti nel nostro Paese, insieme a Longines, dalla ditta I.Binda di Milano, ed erano considerati alla stregua di sottomarche della più celebre maison dalla clessidra alata, tanto erano curate le realizzazioni ed affidabile l’assistenza. Il Wyler-Vetta, in particolare, fu molto apprezzato per l’invenzione del bilanciere “Incaflex”, il quale, grazie ad una forma appositamente studiata, ammortizzava gli urti con molta efficacia.

Il "Vetta - Subacqueo", predecessore del più famoso Exafandra, ma dotato del performante calibro Felsa 4000N

Il “Vetta – Subacqueo”, predecessore del più famoso Exafandra, ma dotato del performante calibro Felsa 4000N

Il Vetta Subacqueo fu immediatamente notato per la sua particolare grinta e la singolarità di una soluzione estetica (appunto la ghiera interna) che non era assolutamente diffusa in quel periodo.

In realtà non si può con certezza attribuire a Vetta la paternità di questa invenzione, e neppure ci si prese la briga di brevettarla: erano quelli tempi di assoluta concretezza e scarsa burocrazia. Periodi in cui le innovazioni erano all’ordine del giorno e ci si confrontava piuttosto sull’aspetto economico, e non su quello della carta bollata.

Sicuramente, però, il Vetta Subacqueo catturò l’attenzione dei Sub per l’indubbia utilità e per aver intelligentemente saputo eliminare il problema dello spostamento accidentale della ghiera, che costituiva una grossa preoccupazione per i professionisti, i quali si affidavano ad essa per avere il pro-memoria di immersione e il tempo limite di durata delle proprie bombole d’ossigeno.

Erano i tempi eroici dello sport dell’immersione e molti marchi avevano tentato di apportare le proprie soluzioni, che nella maggior parte dei casi corrispondevano a improbabili e inestetici ganci o blocchi sulla ghiera stessa.

Si comprendono quindi i motivi di un tale entusiasmo attorno a questo orologio che si presentò alla platea italiana, quasi in sordina, tanto che non ne fu studiato neppure un nome suggestivo, ma si aggiunse sotto al marchio sul quadrante la sola scritta “Subacqueo”.

Visto il clamore suscitato, in ditta Binda si pensò soltanto a posteriori a sfruttare l’onda, e venne coniato un nome esotico, come tanto era di moda a quel tempo, e la scelta cadde su “Exafandra”, a celebrazione dello scafandro dei palombari.

Con questo appellativo il Vetta con ghiera interna valicò i confini italiani e fu richiestissimo anche dall’estero.

A mio personalissimo giudizio, ritengo il suo predecessore addirittura migliore sotto l’aspetto tecnico relativo al movimento utilizzato, che era di tutto rispetto, e precisamente l’automatico Felsa 4000N, caratterizzato da una massa oscillante agganciata al perno centrale attraverso una molletta incastrata in un intaglio, mentre l’Exafandra era equipaggiato dal pur ottimo AS 1700, inferiore almeno come finiture, sebbene e comunque molto performante.

Il perchè della sostituzione resta uno dei misteri irrisolti, ma probabilmente si è trattato di un “sacrificio” consumato per ottenere una migliore redditività, che sarebbe altrimenti diminuita a causa degli investimenti pubblicitari.

Nell’esemplare che ho avuto la fortuna di acquisire e di revisionare, e che è illustrato in fotografia, la massa oscillante è particolarmente eloquente in relazione alla fama internazionale del Vetta Subacqueo, molto raro e non ancora divenuto “Exafandra”. Si deve sapere che una delle marche che si sono affermate negli Stati Uniti d’America, nei quali è assurta a ruolo primario, più che nel resto del mondo, fu “Gruen”, che rivaleggiava nel nuovo continente con Wittnauer, Hamilton e Waltham. Ebbene, sulla massa oscillante dell’esemplare revisionato del Vetta, il rotore è personalizzato proprio con il nome di Gruen.

L’orologeria d’epoca, a livello tecnico, riserva anche di queste sorprese, e affascina proprio perchè in molti casi ci si rende conto che i nostri orologi vivono spesso una vita propria, con le loro peripezie, le loro vicende e la loro storia.

Se questo Vetta fosse stato riparato da un collega americano, questo non mi è dato saperlo, ma sicuramente è testimone di un’epoca e di una tradizione.

Da parte mia ho provveduto unicamente a metterlo in condizione di tenere perfettamente il tempo, cosa che per altro non è stata per niente difficile data la qualità del movimento.

Ho preferito lasciare il vetro originale in esalite, dal quale ho eliminato per politura alcune righe inestetiche: mi sarebbe apparso quasi un delitto sostituirlo, visto che, a parte la massa oscillante, che comunque è un valore aggiunto dal punto di vista storico, questo segnatempo è originale in tutte le sue parti.

Sarà anche un atteggiamento infantile, ma vestendo orologi come questi, mi pare quasi di viaggiare nel Tempo.

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Enrico Cannoletta
Tecnico orologiaio e gemmologo diplomato presso il Gemological Institute of America, è stato uno dei primi tecnici in Italia esperti nella riparazione degli orologi a quarzo analogici, LED e LCD. E’ fondatore della storica Gioielleria Cannoletta di Sanremo e Consulente Tecnico del Tribunale di Sanremo per il settore Preziosi. Collabora da diversi anni con il Blog degli Orologi, il Blog dei Gioielli e altre testate specializzate.
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